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Jane’s addiction – The great escape artist

Quando mi trovo ad una di quelle cene in cui ti senti a tuo agio, in cui sei con gente fidata, spero sempre, e ogni tanto succede davvero, che venga fuori quel discorso legato ai “fenomenali” anni ’90 americani e la grande musica di Seattle che ha fatto crescere la mia generazione.
Certo quando la conversazione finisce appunto, inevitabilmente, sul grunge e la relativa scena di Seattle, io solitamente storgo il naso, un po’ perchè ci sono nato fottuto radical chic, un po’ perchè se mi si chiede degli anni ’90 americani penso ai Pavement, mica alla scena di Seattle!

Detto questo, dopo aver stupito i commensali con le mie pippe mentali sulla povertà creativa e sulla deriva “global” da forzata esportazione democratica di gruppi come Soundgarden o Pearl jam, sulla mia incapacità di giudicare un gruppo dalla vita troppo breve come i Nirvana, dopo aver aperto inevitabili parentesi tecnico-melodiche su gli Alice in chains (che però rimangono ad anni di distanza quasi inascoltabili alle mie orecchie foderate di tweed e velluti), dopo aver ricordato che gli RHCP con Seattle non c’entrano un cazzo e che non riesco a considerarli “gruppo musicale”, visto che non mi piace la gente che dopo averti illuso con un disco memorabile (Blood sugar sex magic), fa di tutto per ricordarti che nelle loro testoline prima della musica vengono ben altri interessi fatti di tette, culi e gambe lunghe (poi per carità, mica li biasimo, certo non parlatemi dei Peppers come di artisti!).

Ecco, a questo punto della conversazione, ho già più che consolidato la mia posizione da hipster-del-cazzo. Senonchè, quando la maggior parte dei commensali comincia ad odiarmi, io, sparo fuori la boutade ad effetto: “Della scena mainstream anni ’90 posso dirti qual’è il gruppo più sottovalutato della storia…” e qui ho notato negli anni che nessuno si aspetta che io faccia quel nome così ridondante, “…i Jane’s addiction! Per me erano geniali, e pisciavano in testa a tutti per creatività e grinta”.
Di solito noto che così facendo riacquisto un po’ di attenzione e di considerazione.

Detto questo, cari Jane’s addiction, io ci ero già cascato nel 2003. Ci sono ricascato ora.
Perry Farrell, con quella voce da “figlio di puttana”, mi hai incastrato un’altra volta!

A 12 anni di distanza da due veri e propri capolavori come “Nothing’s shocking” e “Ritual de lo habitual“, il buon Farrell, dopo aver consumato da solo tanta bamba e tante pasticche quante se ne consumano in media in un anno in paesi come la Svizzera o il Belgio, dopo aver “venduto” alle volontà delle major la sua più bella creazione, ovvero il festival di controcultura itinerante “Loolapalooza”…dopo tutto questo, era più che normale che la reunion del 2003 portasse ad un album, “Strays“, nato esclusivamente per ragranellare qualche quattrino precedentemente sperperato.

Era forse normale che, se non la creatività, la grinta dei 20 anni quando ne hai 40 non c’è più. Cretino io a cascarci e a sopportarmi quel disco.
Poi succede però che il giorno del mio compleanno 2011 esce questo “The great escape artist” preceduto da un discreto singolo (“Irresistible force“)…ed io, ci ricasco.
Sono innamorato profondamente dei primi due album dei Jane’s addiction, davvero. Sopportare questo album da “teenage-rockstar” alla Virgin-Radio-maniera è però troppo anche per un fan come me.

Penso che se è vero che a 40 non puoi avere la grinta e la forza fisica di quando ne avevi 20, a 50 passati, quando sei comunque stato un genio del rock, forse potresti dimostrare di avere ancora qualcosa da dire, cambiando genere, cambiando messaggio, al limite cambiando modo di porsi e di apparire, se no si cade nel ridicolo. Infatti I Jane’s addiction appaiono, ahimè, davvero ridicoli.
Se hai l’ambizione di essere un “supergruppo“, un gruppo che dura nel tempo, qualcosa devi cambiare, soprattutto se sei partito scrivendo e suonando capolavori!

The great escape artist ha 10 tracce, di cui, come detto, un singolo che poteva anche svolgere onestamente la sua funzione, un lentone, “Broken people“, davvero curato, elegante, enfatico e sporco alla maniera dei primi Jane’s addiction, che arriva però in scaletta alla posizione 9 (cioè dopo esserti rotto tremendamente i coglioni per 38 minuti!)…tutto il resto è vera fuffa.

Recensione: The great escape artist è una vera e propria buffonata.

Peccato. Io ci speravo ancora.

Stay tuned

Daffy

Comments

Comment from elisatron
Time 10/01/2012 at 20:17

uomo dalle orecchie foderate di tweed e velluti, sei fantastico.

Comment from Daffy
Time 10/01/2012 at 23:19

Ee..ma se fai così divento tutto rosso, dentro e fuori.
Cioè, a tutti gli effetti, un vero comunista!..

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