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Bar “Quattro passi” – Roma

In fondo a 12 piani

[Di Benedetta “Sonqua”. Grazie mille per il contributo.]

Periferia romana. Al piano piloty di un palazzo di 12 piani che, stretto stretto, sembra una torre e invece è solo un mostro in cortina rossa. Su una strada in discesa. O in salita. L’ingresso nascosto dalle siepi curate del condominio, quasi fosse un’anticamera ai citofoni. Neanche ci badi se vai in macchina.

Gli infissi rossi e i vetri opachi. L’insegna senza neon. I tavoli con le gambe nere. Le sedie con il fondo di paglia. Di quelle che ti sfilano le calze appena ti muovi un po’. Le zanzare d’estate. Il freddo cane d’inverno. Chiudeva un quarto d’ora passate le otto. Ogni tanto faceva un’eccezione, ma solo se c’era la partita della Roma, al massimo, la partita dell’Italia.

Alle 5 di mattina però era già lì.

Un ragazzo con la camicia bianca sempre sgualcita. Giovanissimo. I capelli nerissimi e le punte col gel. Ti prendeva in confidenza e, se chiedevi qualcosa, ti diceva vai lì, prendi qua, fai tu, piuttosto che star lì a controllare che il servizio e i bicchieri fossero impeccabili. Una specie di autogestione ordinata. La fidanzata veniva a trovarlo e aveva le unghie laccate. Si annoiava parecchio, pareva. Ogni pomeriggio verso le sei trovavi un gruppo di amici a giocare a biliardino. Per non star lì a mettere dentro il gettone, aprire il fondo, tirar le palline e fare tutte queste operazioni rumorose, mettevano un canovaccio in ciascuna delle due porte e tiravano, tiravano, tiravano. Ogni tanto facevano la girandola o manovella. Li vedevo. Poi ridevano e dicevano non è vero, non è vero. Invece si. Poi sbagliavano il punteggio ma ridevano piano. Per non disturbare gli avventori del bar. Quasi come fossero lì solo a tener compagnia al ragazzo barista, anche se poi, la cocacola, la bevevano. Quasi come andassero di nascosto a salvarlo da un posto proibito. Ma quello era il bar dove le signore scendono con le ciabatte d’estate e le pantofole d’inverno e si fermano fuori col cane e poi i mariti le raggiungono e dicono che si sono dimenticati le sigarette e allora hanno pensato che facevano un salto giù. Le sfilate degli abiti da casa. Le canottiere un po’ ingrigite dell’estate. Le tute blu dell’inverno. I baffi un po’ sghembi. L’aria stanca.

Un signore con le scarpe di tela bianca che sorrideva di continuo, in silenzio e mostrava il vuoto dei denti davanti e gli occhi allegri di un bambino di cinque anni, forse nemmeno. Il passante occasionale in giacca e cravatta che s’era fermato a fare una telefonata e s’apriva il giornale. La signora con il cocker al guinzaglio che cenava col cappuccino e il danese che si faceva mettere da parte dalla mattina. I bambini che venivano un po’ chiassosi a comprare le gomme da masticare e poi via, a tirare calci al pallone, lì dietro.

E il barista che lasciava le manopole del biliardino e correva a trasformarsi di nuovo in un adulto al lavoro. E poi, di nuovo, fuori a giocare. In fondo bastava poco per mandare avanti quel bar. Sembrava che nessuno avesse voglia di altro. Lui doveva solo badare a dare il resto giusto. A far andare la macchina del cappuccino. A stappare le bottiglie. A porgerti il bicchiere. Tutti gli altri erano liberi di stare a loro agio.

Sempre più o meno gli stessi visi. Ci si salutava, ci si riconosceva e si dimostrava la stessa gentilezza anche a quelli che capitavano lì per sbaglio, per una sola volta. Come a dire che erano liberi di tornare. Che non erano estranei ma che non si era invadenti.

Stretto e lungo il corridoio tra una parete e l’altra pareva mangiarsi la luce appena varcata la soglia. Ma era inutile il dentro. Ci si sedeva fuori, con qualunque tempo. A fumare tanto. Una dietro l’altra, riparati dalla terrazza a sbalzo del palazzo in cortina che te lo dimenticavi se non lo vedevi. Le bottiglie dei liquori impolverate. Ma più di tutto si bevevano energy drink e si vendeva latte. Per ordinare ti affacciavi solo un momento. Varcare la soglia era l’unico vero gesto che diceva al barista che avevi bisogno della sua attenzione. Il fatto che facesse sempre qualcosa d’altro non disturbava affatto. Era discrezione, la sua. E tu lo stesso. Ti sentivi libero di esserci o meno. I soldi subito o dopo. Quello lo decidevi tu.

Lì bevevo birra sarda. Non è che mi piacesse. Ma era l’unica che avevano. Di solito, mi piacciono le chiare doppio malto. Quelle crude, più di tutte. Ma lì avevano quella sarda e andava più che bene a fine pomeriggio. Non mi sedevo mai sola. Non mi piace aspettare seduta da sola a un bar. Se sono sola sto in piedi. Ma lì non si poteva star davanti a un bancone vuoto. Allora aspettavo oltre la siepe. Poi mi raggiungeva lì. S’avvicinava e sorrideva. E solo dopo mi sedevo e bevevo la mia birra a metà.

Mi sono persa dentro due iridi e non ho riconosciuto l’amore. Sono andata a fondo con al collo tutti i tappi della birra bevuta.

Quattro passi si chiamava il mio bar. Poi lui s n’è andato. Ha smesso di guidare fino a qui. Passavo veloce dall’altra parte della strada e quelli che riconoscevo, l’uomo che sorrideva, il barista, la ragazza, i giocatori di biliardino, la signora col cane, la signora in ciabatte e il marito hanno avuto il garbo di non salutarmi più. Abbassavo gli occhi e in silenzio li ringraziavo mille volte. D’un tratto i pomeriggi vuoti, i marciapiedi lunghi, la gola secca, le lacrime troppo esposte alla strada. Nessuna siepe a proteggermi. Niente più codici improvvisati.

Poi finalmente è cambiata gestione. Lui che se n’è andava per sempre. Io che riuscivo a non sentire più il dolore della sua assenza. E nel frattempo, cambiavano gli infissi. L’insegna col neon che si vede dalla strada, anche in macchina. Io che avevo di nuovo i miei pomeriggi senza aspettare nessuno. Il barman professionale. I tavoli nuovi. Le sedie bianche. Il bancone nero e l’interno sempre abitato.

Però, se passo di lì, scelgo sempre il marciapiede opposto.

Comments

Comment from Daffy
Time 20/05/2011 at 01:44

Grande Sonqua! E’ molto bello il racconto. Poi l’idea che si possa costruire una “rete” che unisce tutti noi “osservatori di bar”, beh..mi sa proprio di Trainspottings scozzesi della prima ora!
Lo dico in maniera positiva eh..
Grazie del contributo.

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